La prima annata di Blityri è stata dedicata a un’esplorazione per campioni di quell’immenso territorio rappresentato, per la storia delle idee sui segni e le lingue, dal nesso (fatto di anticipazioni, ritorni e sviluppi, elementi comuni, tensioni) fra classicità e modernità. Se nel primo fascicolo l’obiettivo è stato puntato sulla fase antica di questo dialogo, il secondo fascicolo (con l’eccezione di una incursione nella storia del concetto di ‘simbolo’ in età tardoantica nel saggio di Stefania Bonfiglioli e di un parallelo stabilito nel saggio di Fabio Stella tra età antica ed epoca contemporanea) focalizza invece autori e testi della modernità, grosso modo fra gli inizi del Seicento e gli inizi del Novecento. La scelta dei temi esemplifica pertanto, seguendo percorsi anche molto diversi, alcune possibili scansioni del nesso classicità/modernità. Girolamo Fabrici di Acquapendente, anatomista e chirurgo (studiato da Maria Fusco e Michela Tardella), utilizza la strumentazione dell’Aristotele biologo e naturalista per un’avanzata analisi dei meccanismi dell’articolazione linguistica, anticipando quel sodalizio fra medicina, filosofia e pensiero linguistico che sarà una delle direttrici del dibattito fino almeno a tutto il Settecento. Il caso di Victor, celeberrimo ragazzo “selvaggio” dell’Aveyron (studiato da Alessandro Prato), illustra attraverso il lavoro di Itard, un’ulteriore forma di tale sodalizio, che ha assunto ormai i connotati di una indagine sperimentale intorno alle condizioni di possibilità del linguaggio, al suo fondamento della storia naturale dell’essere umano: quella cui rimandava già Condillac (qui riletto da Arturo Martone), la cui teoria del langage d’action riveste oggi un interesse particolare, essendo tornata d’attualità nei modelli evolutivi from hand to mouth, suggeriti già da Leroi-Gouhran negli anni Sessanta e ultimamente rilanciati su vasta scala dallo studioso neozelandese Michael Corballis. Segue un articolo di Stefano Gensini che chiama in causa, riandando, ancora una volta, alle radici aristoteliche (nella Poetica e nella Retorica), uno dei concetti centrali della linguistica e stilistica leopardiana, quello di ‘pellegrino’, presupposto di un approccio alquanto originale all’indeterminatezza del linguaggio (le idee linguistiche di Leopardi sono ulteriormente discusse in un libro recente di Angela Bianchi, recensito da Cecilia Gazzeri). Il tema del nesso fra il soggetto parlante, inteso come implesso corporeo, e linguaggio, forma infine il filo conduttore del sondaggio effettuato da Lia Formigari su Steinthal, un filosofo la cui rilevanza teorico- linguistica sta sempre più assumendo contorni nuovi. Segnaliamo inoltre l’importante convegno tenutosi nel giugno scorso a Hannover su Leibniz come pensatore linguistico: l’occasione è stata il festeggiamento di un grande leibniziano, Hans Poser, il risultato (descritto qui da Lucia Oliveri) una rassegna aggiornata dei molti motivi per cui il filosofo tedesco ha una funzione centrale nella storia della filosofia del linguaggio e della semiotica della modernità. Questo aspetto, studiato in particolare riferimento al concetto leibniziano di conoscenza cieca o simbolica, forma inoltre l’oggetto di un notevole libro di Matteo Favaretti di Camposampiero, qui discusso da Chiara Fabbrizi. Per finire, il tema della multimodalità come sfondo teorico dell’analisi della sordità e delle funzioni di gesti e lingue segnate, è alla base di un libro recente di Sabina Fontana, recensito e discusso da Giuseppe Segreto.

Published: 2012-11-12